LA STORIA DELLA BALENA ANNIE - Lo spiaggiamento

La sera del 16 ottobre 1990, l’Unità operativa del Centro Studi Cetacei attiva presso il Museo di Storia Naturale di Livorno ricevette una chiamata dalla Capitaneria di porto, che segnalava una “grossa balena” spiaggiata ed ancora in vita, in località Calambrone (Pisa).
Anna Roselli, attuale direttore del Museo di Storia Naturale del Mediterraneo, ci racconta la sua testimonianza diretta: “Le motovedette della Guardia di Finanza ci portarono la sera stessa al largo della spiaggia del Calambrone, per rendersi conto di quale cetaceo si trattasse e in che condizioni di spiaggiamento si trovasse. Essendo notte non fu possibile intervenire immediatamente, ma all’alba della mattina seguente vennero radunati e coordinati dal Museo moltissimi soggetti tra i quali  Vigili del fuoco, Capitaneria di porto, Guardia di Finanza e un gran numero di volontari: tutti si trovarono di fronte al grande dilemma di come poter imbracare la balenottera.”

“Arrivarono segnalazioni della presenza di Annie nelle acque antistanti San Vincenzo. A quel punto l’unità operativa si mise in moto e la balena fu avvistata, mentre lentamente navigava in quelle acque.  Furono eseguiti vari interventi per scongiurare un secondo spiaggiamento, ma questo servì a ben poco perché il 27 ottobre la balenottera venne segnalata spiaggiata, questa volta morta, sulle dighe del porto di Piombino”
Da quel momento partì l’operazione “recupero balena” che con estrema difficoltà permise di tirare fuori definitivamente dall’acqua il cetaceo senza causare eccessivi danni all’apparato scheletrico che, a quel punto tutti avevano ritenuto di fondamentale importanza conservare per lo studio e l’ostensione.

 

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Si trattava infatti di una Balenottera Comune (Balaenoptera physalus) lunga quasi 20 metri, spiaggiata con la testa rivolta verso la spiaggia: per la sua posizione ed il suo peso sarebbe stato molto complicato trascinarla verso il mare aperto senza provocare danni all’animale.
“La balena respirava ed era viva: non era possibile trainarla per la coda senza provocare gravi danni, e dopo varie sperimentazioni fu organizzata un’imbracatura – di fortuna ma idonea - a croce di S.Andrea, che si andava ad ancorare alla pinna dorsale della balenottera”
Per trainare la balena fu utilizzato un rimorchiatore, in modo da garantire una trazione lenta e costante ed il meno traumatica possibile: alle 14 del 17 ottobre 1990 la balenottera cominciò a muoversi.
“A quel punto con gran gioia di tutti la balena iniziò a riprendere il largo al traino: rimaneva il problema di come rimuovere l’imbracatura. Due vigili del fuoco, ed io personalmente, salimmo sul dorso della balenottera e ci facemmo trainare insieme a lei verso il mare aperto. Quando sentimmo che la balenottera iniziava a muoversi più attivamente, probabilmente per immergersi, tagliammo l’imbracatura e la lasciammo sparire nelle acque del Calambrone.”
La speranza di aver salvato “Annie” (così era stata battezzata dai partecipanti alle operazioni di soccorso) rimase dubbia anche per gli esperti, viste le condizioni critiche in cui versava l’animale al momento dello spiaggiamento. 

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“Arrivarono segnalazioni della presenza di Annie nelle acque antistanti San Vincenzo. A quel punto l’unità operativa si mise in moto e la balena fu avvistata, mentre lentamente navigava in quelle acque.  Furono eseguiti vari interventi per scongiurare un secondo spiaggiamento, ma questo servì a ben poco perché il 27 ottobre la balenottera venne segnalata spiaggiata, questa volta morta, sulle dighe del porto di Piombino”
Da quel momento partì l’operazione “recupero balena” che con estrema difficoltà permise di tirare fuori definitivamente dall’acqua il cetaceo senza causare eccessivi danni all’apparato scheletrico che, a quel punto tutti avevano ritenuto di fondamentale importanza conservare per lo studio e l’ostensione.

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